mercoledì, 15 novembre 2006
ora scrivo qui: http://comelenuvole.wordpress.com
martedì, 10 ottobre 2006
negli angoli di casa cerchi il mondo, nei libri e nei poeti cerchi te
e così, dopo altri due anni, tre dall'inizio di questa avventura, cambio di nuovo blog.
il primo i lettori più datati forse lo ricorderanno. si intitolava “love will find the way”: era una frase di una canzone dei tesla, “love song”. non era una canzone d’amore bensì d’amicizia, e l’avevo scoperta leggendo quello che è stato il cult book della mia adolescenza: jack frusciante è uscito dal gruppo. ebbene si, neppure io ero riuscita a rimanere impassibile alla storia incredibile e assurda di alex e aidi: assurda e impossibile perché non può essere reale, era solo una fottuta storia inventata, una favola. e invece io ho creduto di poter vivere davvero un rapporto del genere, per ben due volte. repetita iuvant, con buona pace dei latini.
il blog era iniziato quasi come un diario personale in un periodo molto complicato e difficile, il più buio della mia vita fino ad ora, credo. arriverei a definirlo orribile per i ricordi che tornano a galla, e sciocco per come ora mi pare lontano e inconsistente. soprattutto i primi post sono alquanto imbarazzanti per quella che sono diventata, ma probabilmente non sarei la blogger che sono senza quel primo anno spostato poi su un blog dal nome improvvisato, per paura che qualcuno lo scoprisse - paura palesemente evaporata. cogliendo come spunto la mail di una mia amica che era spesso commentatrice di quel blog, mi sono resa conto di come io sia ovviamente lontana da quel modo d'essere, ma quanto al contempo debba essere grata a quei giorni, a quei post, a quegli sfoghi.
e poi è nato questo nuvole intrise di follia: blog testimone di amicizie, voli pindarici, cadute, infatuazioni, funambolismi e stravolgimenti di vita. l'ho respirato e l'ho fatto respirare altrettanto intensamente, credo. ora è come se una traiettoria avesse raggiunto il suo termine, e smaniasse per iniziarne un’altra. diversa, più audace e vicina a quella che sono diventata.
a chi avrà ancora piacere di leggermi, dunque, basterà cliccare al nuovo indirizzo: http://comelenuvole.wordpress.com
[ avviso di servizio: oramai piuttosto che mandarmi messaggi su splinder, che controllerò molto di rado, utilizzate l'indirizzo di posta elettronica. grazie ]
domenica, 08 ottobre 2006
poi quel bambino si voltò
e contò le nostalgie,
scese dal palco e disse
"no! sono cose mie, solamente mie"
e mentre tutti si aspettavano
la giravolta, il salto doppio, la poesia,
gridò a chi stava a capotavola:
"stacci attento e fila via!"
perché adesso laura ci crede,
ci crede sì,
chiude gli occhi e dentro ci vede,
adesso sì,
chiude gli occhi e dentro sorride,
adesso sì
. vecchioni .
tharros (oristano), agosto 2005

... perché ieri in treno pensavo a noi due, ascoltando questa canzone.
pensavo alle nostre vite, binari talvolta paralleli negli uomini incontrati, nei loro squallori e frasi dette. vite affini anche negli sbagli, nelle illusioni, nelle speranze, nella telefonate malinconiche, nelle follie insensate rivolte ad amori o infatuazioni. affinità elettive, io e te. specchi nella voglia di evadere, nel senso di soffocamento imperante, nelle notti dal sapore di sigarette e risate soffocate per non svegliare nessuno, o vagando in una città troppo piccola per i nostri occhi gitani.
mentre la canzone incalzava, pensavo a quanto adesso ci crediamo, chiudendo gli occhi e sorridendo, e c’era questa fotografia a danzarmi davanti. l’aria leggera e scanzonata di quella estate era solo un’ingenua impressione che si sarebbe dissolta inesorabilmente, come una brezza ingannevole che ti accarezza e fugge via l'istante successivo. so che probabilmente l’ingenuità continuerà a contraddistinguerci, ma adesso i fondali marini vanno esplorati senza paura, gabbiani arditi in picchiata.
un giorno ci ritroveremo a ridere di tutto sotto la pioggia di istanbul: cercherò di proteggere questo volo pindarico da tutto quello che saranno gli anni, le strade che stiamo intraprendendo, la distanza fisica, le sfide che ci aspettano. cercherò di proteggerlo anche da quello che non chiederemo ma che inevitabilmente si parerà davanti, e che noi, sempre equilibriste, sempre ondeggiando tra paura e richiamo dell’ignoto, sempre “incredibili romantiche” e “anime fragili”, dovremo affrontare, ché il mondo è solo di chi sa prenderselo, e lo sappiamo bene.
in bocca al lupo, sadiqaty.
per domani, per tutte le salite che verranno e per le stanze grigie che ci toccherà continuare a colorare non smettendo più di crederci sorridendo dentro.
giovedì, 05 ottobre 2006
notte che correvo senza mai arrivare
vortice di silenzio e polvere
un cuore batte tumultuoso
affanno incalzante del rincorrere
il respiro più prezioso
che scivola sempre un metro più avanti
e si lascia inseguire spavaldo e saccente
è lo spietato gioco del vivere
poi girasoli e neve
aghi conficcati nella pelle
sangue rattrappito
urli monchi
bivi che disvelano vicoli ciechi
labirinti che conducono
a una spiaggia impossibile
poi graffiarsi via l’anima dagli occhi
ma non riuscire a diventare cieca
scoprirsi più fragile e disarmata
rincorrere uno sguardo
ricercare una luce
ritrovarsi confinata
in una pozzanghera asciutta.
mercoledì, 04 ottobre 2006
…ti scopri a cantare una canzone, cercare nel tuo caos un punto fermo.
vent'anni nè poeta nè studente, povero di realtà ricco di sogni,
vent'anni e non sapere fare niente, nè per i tuoi nè per gli altrui bisogni,
vent'anni e credi d'essere impotente.
vent'anni e una coscienza rattrappita, che vuole venir fuori e srotolarsi,
come tendere un filo tra due dita, vedere quanto è lungo e misurarsi,
vent'anni fare i conti con la vita […]
vent'anni strano punto a mezza strada, il senso dei tuoi giorni si nasconde,
oltre quella collina mai scalata, di là dal mare e dietro le sue onde,
vent'anni rabbia, sete e acqua salata
. claudio lolli .
parecchio tempo fa ho deciso di imprimere una svolta significativa alla mia vita, senza sapere ancora quanto importante si sarebbe rivelata. si trattava di una svolta perentoria, dettata da rabbia e insofferenza, e che sulle labbra di molti rivestiva il nome di follia sconsiderata. c’era chi lo affermava apertamente, chi lo taceva ma gli occhi tradivano lo scetticismo, chi semplicemente non capiva; ma c’era anche chi mi appoggiava, chi condivideva la mia scelta, chi mi spronava.
è stato un po’ un ricominciare dal nulla, tabula rasa, let’s start again. ma non si trattava di un gioco: si trattava della mia vita. oltre che entusiasmo, sono state anche lacrime e sacrifici, e devo ringraziare la mia incoscienza che ha impedito il sopravvento della paura, che ha offuscato tutti i pesanti punti interrogativi che vacillavano sopra la mia persona, e che mi ha infine permesso di capire davvero come volessi plasmare il mio presente, ponte verso un futuro tuttavia molto contiguo all’hic et nunc. e se questo voleva dire mettere un punto e andare a capo… lo trovavo giusto, indispensabile. coerente con quella che ero. rileggo questo post e mi faccio tenerezza da sola: ritrovo tutta la me che stava uscendo allo scoperto, senza che neppure me ne rendessi conto. e così mi sono lasciata trasportare dall’onda senza guardarmi più indietro, e ho vissuto tutto ciò che all’improvviso si materializzava davanti ai miei occhi, anche quello che non avrei mai immaginato.
ho imparato ad azzardare come non credevo possibile; mi accorgo che la mia vita è sempre più un salto verso il buio, e questo mi piace. mi fa sentire pazzamente, fottutamente viva e felice. io azzardo ridendo (perché io so ridere, e anche fare della sonora autocritica sarcastica dei miei difetti), sottobraccio sempre l’incoscienza, compagna di viaggio mai invadente e sempre consigliera.
a ventiquattro anni ho finalmente capito cosa voglio e cosa pretendo, e vado a prendermelo senza esitazioni o scorciatoie. quasi superfluo aggiungere che mai sarei arrivata a queste consapevolezze se fossi rimasta statica e insoddisfatta lì dove mi trovavo. ho commesso tanti sbagli, ma l'ho ammesso a me stessa e da lì sono ripartita, con l'umiltà e la voglia di rimettermi in gioco. ora desidero la strada più lunga, che poi è la vera strada: la sola strada possibile, quella che attraversa temporali e giornate assolate senz’acqua e non regala sconti.
penso cento volte al giorno alla frase di ovidio “velle parum est; cupias, ut re potiaris, oportet”, e sento quel senso di vertigine che scaturisce dalla consapevolezza di star facendo quello che ora dentro me è cascata fragorosa, partita sempre aperta e audace con il cielo.
a chi si trova stretto nei propri panni, a chi percepisce di vivere una vita non più sua, a chi camminando si accorge di star andando avanti solo per inerzia, a chi non vuole accontentarsi, a chi crede che della vita non vada sprecato neppure un battito di ali di farfalla: cambiare strada, tornare indietro, ammettere i propri errori e da lì ricominciare, è possibile e meraviglioso.
poi, forse, è anche un dovere verso noi stessi.
domenica, 01 ottobre 2006
qualche giorno fa in libreria, aspettando di incontrare marco travaglio, ho iniziato a sfogliare un libro di sepulveda di cui non ricordo il titolo. parlava dei sogni. sono sempre un po’ scettica su chi parla di sogni, o si definisce un sognatore: è materia talvolta inflazionata, populistica, superficiale. ma sepulveda non mi ha deluso: asseriva che i sogni devono essere audaci, e che se l’audacia non caratterizza il loro nascere e il credere che possano concretizzarsi, allora non vale la pena sognare. allora non si tratta di sogni.
...e come siamo piccoli, e come siamo stupidi,
a improvvisare i giorni, e quando torni,
e chi non torna più;
e sempre lì a commuoverci per niente,
e a credere nei sogni della gente:
ma quando cambierai?
. vecchioni .
ci sono giorni in cui piangerei per qualcosa che ha poco di concreto e tanto d'etereo, mischiando tristezza e commozione, rabbia e tenerezza, impotenza ed emozioni esprimibili, per la loro intensità, solo con delle lacrime.
piangerei sentendo dentro me lo scorrere del tempo, l’infinito calpestio umano dei passi lungo ogni frammento di mondo, l’amore straziante di chi vuole vivere e la rassegnazione alle ingiustizie eterne e sempre galoppanti.
piangerei per la canzone di vecchioni sogna, ragazzo sogna (chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro; stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento) e i brividi che fa scaturire in me ogni volta, per la nostalgia che ho di de andré, per l’idroscalo di ostia quel due novembre 1975, per la lettera di oriana fallaci a pasolini quando morì e per lui che mi manca tanto, per napoli e tutto il sud italia, per la sinistra italiana così deludente e talmente simile alla destra da esserne nauseata, per le parole di jack folla, per guccini e i suoi concerti e quel via paolo fabbri 43 a cui sono legata da ricordi bellissimi, per il mondo non esprimibile a parole che ho dentro me e che qualcuno conosce senza che io abbia bisogno di raccontarlo, per i silenzi quando invece si dovrebbe urlare, per il “tutto cambia affinché nulla cambi” così italiano, per mia nonna e i sensi di colpa mai affievoliti e le notti in cui mi sveglio di colpo con le lacrime agli occhi e mi sembra ancora impossibile che lei non ci sia più, per mia madre e la sua stanchezza e i suoi occhi tristi anche quando ride, per chi ha tradito la mia fiducia e i miei sentimenti con leggerezza invidiabile da me stessa e tale da meritare almeno un applauso, per le storie d’amore e il loro essere tutte uguali, per i pacchi postali che giungono e il ritrovarsi poi tra le mani libri, lettere, musica, foto, calzini colorati a strisce, salvadanai spiritosi, diari e sciarpe, pensando che amicizie capaci ogni volta di decifrare quello che sei e di leggerti dentro - lasciando dietro sé perle e stupore sempre immenso - dovrebbero esistere solo nei sogni, e invece le mie sono reali, e che siano dislocate tra la toscana, la sardegna, il veneto e il friuli non ha la minima importanza.
piangerei per gli sbagli che forse sono davvero il fondamento della vita e per tutti i miei, di sbagli. piangerei per i giornalisti che hanno il dovere di dare ogni giorno un dispiacere a qualcuno, e che in virtù di questo sono tali (lo diceva benedetto croce e io non posso che condividere), per gaber e per battisti, per l’indifferenza verso i deboli e i senza nome, per le ombre, per chi va via dall’italia per cercare gratificazioni che qui non avrà mai e sa già che non tornerà più, pur amando il proprio paese.
piangerei per “una storia sbagliata” di faber dedicata a pasolini, per la rabbia, per chi dimentica, per chi ignora e vuole ignorare, per i kamikaze, per quello che non sapremo mai e che mai ci verrà rivelato, per i giochi di potere, per chi muore sul posto di lavoro per sbarcare il lunario, per chi non arriva a fine mese con il proprio stipendio, per chi è costretto a continue umiliazioni pur di far mangiare la propria famiglia, per chi prostituisce la propria anima, per chi si impasticca, per londra che mi manca da impazzire, per il ruolo dell’insegnante così bistrattato e sottovalutato, per i civili iracheni che muoiono ogni giorno e vengono spacciati per talebani, per le guerre taciute, per i telegiornali che non informano più di nulla, per gli orfanotrofi e i bambini che non sanno cosa significhi l’affetto dei genitori, per la paura di non farcela, per l’egoismo occidentale, per l’ansia di vivere, per chi crede che tutto si ottenga senza sacrifici, per falcone e borsellino e per chiunque lotti contro la mafia e l’omertà, per chi crede che sia possibile cambiare il mondo, per flaiano che scriveva che in italia la vera rivoluzione è far rispettare le leggi, per la meritocrazia che qui non esiste, per tutto quello che non conosco e forse non conoscerò mai, per i libri non leggerò, per le anime che non mi sarà dato di sfiorare, per i baci abortiti, per le carezze distratte, per quel “c'è un tempo negato e uno segreto, un tempo distante che è roba degli altri, un momento che era meglio partire e quella volta che noi due era meglio parlarci” di fossati, per la libertà di esprimermi e di dire ciò che penso che non verrà mai meno, per questo tramonto che quando guardavo rapita, mi ricordava le poesie di pessoa e i quadri impressionisti, e mi faceva credere in una bellezza talmente pura e folgorante della natura e del mondo da aver voglia di rincorrerla a perdifiato e di ritrovarla in occhi e abbracci, nei voli e nelle cadute della funambola quale sono e sempre sarò.

lunedì, 25 settembre 2006
oggi c’è troppo rumore, stiamo perdendo il senso delle parole, la loro forza terapeutica.
eppure l’uomo ha bisogno delle parole, per questo le manda a memoria. primo levi si salvò da auschwitz recitando la commedia. serbare il verbo nel petto gli impedì di diventare un numero; il segreto della parola fece la differenza tra i vivi e i morti. in russia, la mia russia, la gente va a recitare sulle tombe dei poeti. l’ho visto, sulla lapide di sergej esenin. una babuska mi diede un mazzo di violette e mi avvicinai. c’era uno che declamava la lettera alla madre e i passanti si fermavano, piangevano. chiesi se qualcuno sapeva il pezzo su tanja e l’inverno dall’evgenij onegin, e accadde una cosa stupenda. uno me lo cantò, con voce favolosa da baritono.
. mario rigoni stern .
sabato, 23 settembre 2006
non vi posso dare un bastone per il viaggio, ma forse ve lo posso descrivere. [...] ognuno di voi - così vuole la legge - lo intaglierà da solo: il suo nome è Coraggio. [...] se questo vostro atteggiamento è solo passivo, imbronciato, negativo, come mi sembra in buona parte, senza fiducia nelle nostre capacità e nella certezza di un futuro deprimente, allora non c'è niente da fare né per un uomo, né per una donna. proprio l'opposto di quello che chiedo io, non state in disparte, a disprezzare e rifiutare di credere, ma venite a dare una mano e su questo sono categorico.[...] e allora avanti, cuori coraggiosi.
james matthew barrie, 1922
e se la notte - prima di addormentarmi, e chiudendo gli occhi - provo a immaginare, così, per un gioco di fantasia infantile che giunge a volare fino ai kensington gardens, allora mi sembra già quasi di toccarle, quelle nuvole così mie; l’immagine del mio essere protesa, esile crisalide anelante il cielo, verso la vita fuori da quell’aereoporto, aleggia tra paura e adrenalina.
sensazione di sentirsi, nonostante scalanature inattese e impervie salite senza segnaletica, un po’ a casa.
contorno di farfalle allo stomaco come quando sei innamorata e pensi all’oggetto della tua passione mentre le gambe tremano, la pesantezza della sua assenza fa accorciare il tuo respiro, e senti di desiderarlo come nulla altro al mondo, così tanto da poterne impazzire.
sono viva, tento di scrivere la mia personale poesia e amo.
martedì, 19 settembre 2006
illogica allegria
un anno fa, stesa sul letto, guardavo il soffitto e scorgevo stelle. ascoltavo canzoni dal sapore dell’estate e scrivevo frasi una dietro l’altra, parole una sotto l’altra, e non mi era mai capitato in quel modo. ogni tanto sorridevo di quei sorrisi intoccabili, arrivavo al mare e lo guardavo intensamente, occhi all’orizzonte, e anche se era lì - che buffo - il mare mi mancava lo stesso. senso prepotente e vorace dell’assenza, del desiderio, del volo, dell’essere in bilico, cielo e inferno, sfida, brividi, bagliori, senso di di soffocamento. e pensavo alle stelle che vedevo sul soffitto della mia stanza.
quel soffitto ora è bianco. bianco e delicatamente silenzioso. tutto intorno spumeggia quanto io sia cambiata. arabeschi timorosi si incrociano al divenire che è la mia vita così contraddittoria, imperfetta, eterea. curva e fragile e incerta. esitante e decisa.
nel mio studio ho appeso un pezzo di gaber, “c’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza, c’è solo la voglia e il bisogno di uscire, di esporsi nella strada e nella piazza”.
ho capito che le stelle non vanno cercate sul soffitto, e che trovarle lì, nella tua stanza, è una violenza al cielo piuttosto che un dono inatteso e trepidante. le stelle vanno afferrate fuori, stampate con marchio indelebile sulla propria pelle e poi, forse, lasciate volar via.
non voglio più guardare un soffitto. non voglio più rincorrere lacrime di fango scambiate per sacrificio e attesa. non voglio più rimpiangere un orizzonte marino che la luce del sole frantuma e fa evaporare, e sembra quasi che non sia mai esistito. non voglio più distrarmi e non voglio più aspettare.